Prendersi cura della sofferenza psicologica significa, prima di tutto, dare tempo, ascolto e spazio a ciò che chiede di essere compreso.
Una delle parole che più profondamente attraversa il mio modo di lavorare è cambiamento.
Credo profondamente che sia possibile cambiare. Non significa cancellare ciò che è stato, né poter modificare i fatti della nostra storia. Significa, piuttosto, poter cambiare il modo in cui li guardiamo, comprenderli da prospettive nuove, risignificarli e, quando possibile, dare loro un senso diverso.
La nostra storia non è immutabile.
Possiamo tornare ad abitarla in modo nuovo.
Accanto al cambiamento c’è un’altra parola che per me è importante: resilienza.
Una parola che amo pensare come alchimia: la possibilità di trasformare ciò che ci accade, anche ciò che ci ha ferito, in qualcosa che possa diventare risorsa, consapevolezza e nuova possibilità.
Poi c’è genitorialità.
Quando sono diventata mamma, il mio sguardo professionale si è trasformato profondamente. Ho scelto di lasciare il lavoro con i bambini perché ho compreso quanto sia difficile prendersi cura del benessere dei più piccoli senza prenderci cura, allo stesso tempo, degli adulti che li accompagnano nella crescita.
La genitorialità è una dimensione complessa, attraversata dalla propria storia, dai modelli relazionali interiorizzati, dalle esperienze di attaccamento, dalla relazione di coppia e dal legame con la propria famiglia d’origine.
Per me, lavorare con la genitorialità significa anche fare prevenzione: sostenere i genitori nei momenti di cambiamento e di maggiore vulnerabilità, contribuendo a costruire quei fattori protettivi che possono favorire il benessere dell’intero sistema familiare.
Significa accompagnare madri e padri nell’esplorazione dei propri vissuti, delle proprie emozioni e delle immagini interiori che abitano il loro modo di essere genitori.
Perché diventare genitori non significa soltanto imparare a prendersi cura di un bambino.
Significa, spesso, incontrare parti di sé che non si conoscevano ancora e dare loro un nuovo significato.
Credo che, in fondo, il senso del mio lavoro stia proprio qui: nell’incontrare l’altro con curiosità e rispetto, senza avere risposte già pronte e nel costruire insieme uno spazio in cui possa sentirsi visto, ascoltato e libero di trovare il proprio modo di stare nella propria storia.